TEATRO: AL TEATRO SOCIALE DI BUSTO ARSIZIO SI FESTEGGIANO I 130 ANNI DI ATTIVITA' CON “LA TRAVIATA” DI GIUSEPPE VERDI

 


“LA TRAVIATA” DI GIUSEPPE VERDI

Teatro Sociale “Delia Cajelli”

https://teatrosociale.it/

Domenica 26 settembre 2021 alle 16.00

Direzione artistica e musicale: Marco Beretta

Regia: Alberto Oliva

Allestimento scenico: Carlo Guidetti

Costumi: Roberto Brancati

Sartoria: Sartoria Teatrale Bianchi – Milano

Trucco ed acconciature: APTA Accademia professionale di trucco artistico, società umanitaria di Milano

Responsabile trucco ed acconciature: Enrico Maria Ragaglia

Aiuto regia: Barbara Benenati, Fabrizio Kofler, Claudia Di Socio

Coro e Orchestra dell’Opera di Busseto con 15Orchestra Sinfonica


L’opera, nata ed allestita specificatamente per l’evento del Teatro Sociale, sarà eseguita dal Coro e Orchestra dell’Opera di Busseto con 15Orchestra Sinfonica, vanterà la collaborazione dell’Associazione ADADS – Accademia Dell’Arte Dello Spettacolo, e debutterà per la prima volta assoluta in occasione delle celebrazioni per il 130simo del Teatro Sociale Cajelli.


La scena si apre con l’immagine di Violetta Valery collocata su un piedistallo, come una statua, un’opera d’arte immacolata oniricamente simile alla dea Ebe scolpita dal Canova, a cui la stessa protagonista si paragona.


«Violetta Valery, una vita per l’arte, diventa arte attraverso la sua vita.»


La malattia di Violetta, che nella tradizione viene considerata tisi, ma che più probabilmente dovrebbe essere sifilide, viste le frequentazioni della donna e il fastidio che pare avesse Verdi verso i colpi di tosse delle interpreti (che non sono scritti nella partitura), diventa nell’opera una metafora del decadimento di una creatura eterea, non umana, nel momento dell’incontro con la realtà in tutta la sua brutalità.


La regia punta a scolpire e delineare una Violetta lontanissima dal tempo della storia, in cui vivono gli altri personaggi, immacolata e distante, cristallizzata in una sé stessa che diviene opera d’arte, mentre tutti la fotografano e cercano di avvicinarla con ammirazione e curiosità.


Violetta diventa paradigma dell’arte nel nostro mondo contemporaneo, costretta a ribadire il proprio ruolo affascinante e necessario, in una società che le è sempre più indifferente, salvo addirittura risultarle apertamente ostile.


Nel secondo atto Violetta è diventata una donna in carne ed ossa, materializzata vive la vita reale che tutti conoscono, sembra essersi abituata alla sua nuova condizione di umana normalità.


La quiete della protagonista viene però travolta dall’arrivo inatteso del padre di Alfredo, che mette fine all’idillio, disprezzando, con il suo ottuso pragmatismo, l’incontro dell’arte con la realtà e vi impone il proprio scettico rifiuto.


Alla festa da Flora, Violetta soffre, sentendosi ormai inadeguata sia alla statuaria condizione di partenza a cui si cerca di riportarla, sia alla mondanità normale dell’alta società; resta in disparte, ammirando sé stessa come un’opera d’arte, come vuoto simulacro della propria essenza, ingigantita in un’icona che tutti si contendono al gioco.


Si sdoppia e si specchia in sé stessa, senza più riconoscersi.


La malattia che la conduce alla morte è la corruzione della sua purezza.


La Traviata proposta nell’allestimento di Alberto Oliva dipinge una Violetta ossessionata dagli uomini, traumatizzata dalla mancanza dei genitori, che l’hanno venduta e costretta a crescere molto prima del tempo. Incontriamo Violetta all’apice della sua scalata sociale, intrisa di ipocrisia e perbenismo, e la seguiamo mentre precipita in un vortice di passione, malattia e abbandono, dominata da incubi, visioni, sogni e allucinazioni che la mandano in confusione, fino ad abbandonare le forze e la voglia di ribellarsi.


Dirompente e trasgressiva quando venne eseguita per la prima volta a metà dell’Ottocento, la Traviata deve sempre scuotere gli animi e indurre delle domande profonde, oltre a travolgere con la magia e la meraviglia delle sue splendide musiche.


CENTOTRENT’ANNI DI STORIA DEL TEATRO

l Teatro Sociale di Busto Arsizio venne inaugurato il 27 settembre 1891, data in cui per la prima volta si alzò il sipario, sulle note del melodramma in quattro atti «La forza del destino» di Giuseppe Verdi, su libretto di Francesco Maria Piave. A presentare la nuova sala bustocca è l’ingegner Giuseppe Introini, primo presidente della «Società anonima del teatro Sociale», fondata il 21 agosto 1890 e fortemente voluta dal cavalier Giovanni Candiani, ideatore della nota «tela Olona» e scomparso il 3 maggio 1888, prima di poter portare a termine il progetto di fondare «un’opera che elevasse lo spirito e la cultura della sua Città».


Nell’estate del 1890 tuttavia, il sogno del grande imprenditore fu portato a compimento dalla figlia, la contessa Carolina Candiani in Durini e dal genero, il conte Giulio Durini, insieme ad una ventina di lungimiranti altre personalità di spicco della realtà bustocca. Candiani, Crespi, Gambero, Introini, Marinoni, Milani, Pozzi, Provasoli e Tosi sono alcuni dei cognomi di possidenti, commercianti e industriali del territorio che, alla presenza del notaio Carlo Prina, vergarono l’atto costitutivo della «Società anonima per azioni per la costruzione, allestimento ed esercizio di un teatro sociale in Busto Arsizio». Il progetto della sala, edificata vicino alla stazione ferroviaria della linea Novara-Seregno, sui terreni allora detti «La Mella», venne affidato all’ingegnere e architetto milanese Achille Sfondrini, che già ebbe il merito di aver realizzato e riqualificato almeno una dozzina di teatri italiani del secondo Ottocento. Sodale di Camillo e Arrigo Boito, conoscente di noti editori musicali, tra cui i Ricordi e i Sonzogno, Achille Sfondrini progettò o restaurò, tra gli altri, il teatro «Carcano» di Milano (1872), il teatro «Giuseppe Verdi» di Padova (1884), il teatro «Flavio Vespasiano» di Rieti (1883) ed il «Costanzi» di Roma (1880), attuale Teatro dell’Opera.


La realizzazione ad opera di Sfondrini del teatro Sociale di Busto Arsizio venne lodata sin dal giorno successivo all’inaugurazione dalla «Cronaca Prealpina»; cinque anni dopo, il 31 dicembre 1896, il teatro figurò come rappresentativo di Busto Arsizio nel giornale «Le cento città d’Italia», inserto mensile illustrato del «Secolo» di Milano. Lo stile architettonico dell’edificio ricalcò il modello scaligero, ideato dall’architetto neoclassico Giuseppe Piermarini, seguendo lo schema delle costruzioni dell’antica Grecia e dell’Italia rinascimentale. Secondo il progetto sfondriniano infatti, lo storico edificio bustese fu concepito per essere composto internamente da un avancorpo dedicato a servizi con atrio, ridotto, uffici, deposito e salone delle feste, distinto come volume edilizio sia dalla sala degli spettacoli con platea e due ordini di palchetti, sia dal corpo scenico, con camerini e vani per le attrezzature.


Per quanto riguarda la struttura esterna, dal sapore fortemente neoclassico, presentò sin da subito un’elegante forma semplice a due ordini, con porte e finestre ad archi a tutto sesto ed una cupola a tamburo con aperture circolari. Numerose ristrutturazioni hanno però, nel corso del tempo, apportato sostanziali modifiche al progetto originario, soprattutto a partire dagli anni trenta del XX secolo.


Bisogna considerare che lo stesso articolo cui si è precedentemente accennato della «Cronaca Prealpina» del 28 settembre 1891 ricorda che, la sera dell’inaugurazione, il teatro «non può dirsi completamente finito, mancando ancora parecchie cosucce». Nel 1898, un professionista locale, l’ingegner F. Prandoni, progettò il rifacimento del fronte principale, aggiungendo il corpo sopra l’ingresso, posteriormente rimosso; ed ancora, nel 1924, l’ingegner Carlo Wlassics disegnò una serie di ambienti di servizio da annettere alla parte riservata al palcoscenico.


Il primo consistente intervento di «rammodernamento morfologico» del teatro risale al 1935 e fu firmato dai giovani progettisti Antonio Ferrario ed Ignazio Gardella. Il loro lavoro, lodato da Edoardo Persico e citato dalla rivista internazionale «Casabella», si propose di aumentare la capacità della platea e di ristrutturare la vecchia sala teatrale secondo il gusto dechirichiano, che ai tempi andava per la maggiore. Le successive opere di restauro, storicamente attente e colte, portarono all’eliminazione della parte centrale della prima fila di palchi, all’arretramento del boccascena e ad un nuovo impianto coloristico, costruito tra le tinte rosa della cupola, il rosso pompeiano dei palchi, il bruno delle tende ed il bianco dei parapetti. Vennero inoltre inseriti affreschi raffiguranti figure allegoriche: donne e angeli danzanti tra fiori, campane, note, chiavi di violino e pentagrammi.


Della volta dipinta di rosa, risalente probabilmente già ai tempi di Achille Sfondrini, Ignazio Gardella ritagliò solo poche figure che lasciò ad accrescere l’atmosfera onirica e sognante ricavata dall’armonia creatasi grazie ai vari interventi cromatici. Questi dipinti, di cui oggi rimane traccia sotto la controsoffittatura della sala grande, come del resto gran parte del progetto di Sfondrini, scomparvero con il restauro del 1955, ad opera dell’ingegnere milanese Mario Cavallè, che agì con l’intento di adattare la struttura alle necessità della fiorente industria cinematografica; l’interno del teatro fu stravolto, vennero lasciati solo gli atri, i locali di servizio ed il palcoscenico, fu costruita una balconata al posto dei palchetti, venne inserita una cabina di proiezione al posto del precedente salone delle feste e la volta affrescata venne ricoperta per migliorare l’acustica della sala. Il restauro operato da Cavallè fu ulteriormente ritoccato negli anni Settanta dagli architetti Denna, Valentini e Lampugnani per «ragioni di estetica e di stabilità», secondo quanto riporta il verbale di assemblea della «Società per azioni del teatro Sociale», tenutasi l’8 marzo 1972.


Il restauro di Mario Cavallè sancì, dunque, la fine della gloriosa vita musicale e teatrale dello storico edificio bustese, che sino ad allora aveva visto esibirsi artisti del «grande circuito nazionale», tra i quali Ermete Novelli, Angelo Musco, Tommaso Marinetti, Renzo Pigni, Carlo Tagliabue, Maria Melato, Ermete Zacconi, Cesco Baseggio, Ruggero Ruggeri, Ernesto Calindri, Paola Borboni, Emma Gramatica, Raffaele Viviani, Vittorio De Sica, Anna Magnani e Renato Rascel.


A caratterizzare il cartellone della sala dall’inaugurazione sino al Dopoguerra, fu infatti la musica lirica; il Teatro Sociale ospitò alcuni tra i titoli più in voga del repertorio, dal «Don Pasquale» di Gaetano Donizetti a «La Bohème» di Giacomo Puccini, da «Il barbiere di Siviglia» di Gioacchino Rossini alla «Carmen» di Georges Bizet, senza dimenticare «Cavalleria rusticana» di Pietro Mascagni, «Norma» di Vincenzo Bellini e «Pagliacci» di Ruggero Leoncavallo.


Il teatro Sociale divenne così, dopo il restauro del 1955, sino agli anni Ottanta, una sala cinematografica come tante altre, non senza però aver prima attraversato un’aneddotica parentesi della sua storia, che volle gli spazi dell’attuale ridotto utilizzati, subito dopo il secondo conflitto mondiale, come «casa da gioco e trattenimenti privati», mentre in quella che oggi è la «sala grande» si tennero spettacoli di gran varietà, anche con Macario e le sue «donnine». Va anche ricordato che, nella prima metà del Novecento, la programmazione del Teatro Sociale non conobbe momenti di interruzione, eccezion fatta per la messa in liquidazione della prima società di gestione nel 1911, nel biennio 1917-1918 e, dal marzo 1940 al termine della guerra, anni in cui la struttura ospitò pochi spettacoli ufficiali, a causa de «la mancanza di un rifugio anti-aereo» (si legge nel verbale di una riunione consiliare della «Società anonima del teatro Sociale», tenutasi il 24 marzo 1941). Abbiamo modo di pensare che, in quel delicato momento storico, l’attività del Teatro venne ridotta, ma mai cessata, per i motivi evidenziati alla vigilia della Seconda guerra mondiale in un verbale consiliare del 23 settembre 1938: «Il signor segretario politico […] rende noto che le superiori gerarchie, considerato che nella provincia di Varese è agibile soltanto il Teatro di Busto Arsizio, intendono che le pause di chiusura del teatro stesso siano ridotte al minimo onde il pubblico possa più a lungo usufruire di questo nobile mezzo di educazione, di istruzione e di elevazione morale ed intellettuale». Per ritornare a una vera e propria programmazione teatrale bisognerà tuttavia attendere almeno gli anni Settanta, quando una cooperativa teatrale locale, «Gli Atecnici» di Delia Cajelli, si propose di riportare la struttura alle sue antiche origini.


Da quel momento lo stabile di piazza Plebiscito accolse una scuola di recitazione per attori professionisti, denominata «Il metodo», e riprese ad ospitare regolarmente stagioni di prosa e musica, che videro l’allestimento di numerose produzioni interne (come «Il conte di Carmagnola» di Alessandro Manzoni, con Giacomo Poretti in un insolito ruolo drammatico) e la partecipazione di artisti del calibro di Franco Parenti, Beppe e Concetta Barra, Marco Columbro e Uto Ughi. e Dario Fo. Anche il premio Nobel Dario Fo ebbe modo di esibirsi al Teatro Sociale, portando in scena a Busto Arsizio l’anteprima nazionale dello spettacolo «Marino è libero! Marino è innocente!»; Fo arrivò in città con la moglie Franca Rame, grazie all’interessamento dell’attrice Marina De Juli, il 6 marzo 1998, con l’intento di salvaguardare la prestigiosa storia della sala bustese, che qualche speculatore edilizio sembrava intenzionato a snaturare della propria essenza trasformandola in un’attività commerciale. Nello stesso periodo, alcune associazioni della città (il «Club 33», gli «Amici del canto Giuseppe Verdi», l’«Università popolare per la terza età» e gli «Amici della danza» di Maria Luisa Milani, tra gli altri) fondarono l’associazione «Amici del teatro Sociale» e si mobilitarono per una significativa iniziativa di azionariato popolare che fece diventare la sala «bene della città». Sin dai suoi esordi infatti, il Teatro Sociale si pose l’obbiettivo di coniugare le proprie inclinazioni artistico-culturali ed una spiccata sensibilità nei confronti della realtà civica; dall’interno della «sala grande» si tenne, il 29 marzo 1908, un incontro con il milanese Celestino Usuelli, primo trasvolatore delle Alpi con il pallone aerostatico «Regina Margherita», ebbero inoltre luogo numerosi incontri pugilistici con Bruno Bisterzo, oltre ad una cerimonia commemorativa per la morte del premio Nobel Luigi Pirandello (avvenuta il 24 gennaio 1937, poco più di un mese dopo la morte dello scrittore siciliano).


Nel 1999 una cordata di imprenditori locali, tra cui Francesco Lambiase, con a capo la regista teatrale Delia Cajelli, direttore artistico e anima dell’attività culturale della sala dagli anni Ottanta fino alla sua morte, acquisì il teatro Sociale e lo sottopose ad una nuova opera di restauro. I lavori di ristrutturazione, in parte terminati nella primavera del 2002, furono questa volta affidati all’architetto bustese Daniele Geltrudi, il cui progetto di restyling diede luogo, stando alla relazione tecnica, ad «un moderno polo dello spettacolo e della cultura, articolato su più livelli»: la «Sala grande», con una capienza di 639 posti (406 in platea e 233 in galleria), il Foyer e, dall’ottobre 2008, il «Ridotto» al primo piano, intitolato alla figura di Luigi Pirandello, omaggio alla solida e duratura collaborazione tra il Teatro Sociale, il professor Enzo Lauretta ed il Centro Nazionale studi pirandelliani di Agrigento.


Il linguaggio architettonico divenne contemporaneo, rispettando tuttavia le scelte cromatiche e strutturali compiute dai precedenti restauratori; il rosso vivo delle poltrone e del sipario e la luminosa colorazione dell’ingresso, su cui si staglia una monumentale citazione del «Questa sera si recita a soggetto» di Luigi Pirandello, si rifecero, infatti, agli anni Cinquanta. Il «Ridotto Luigi Pirandello» si configurò invece, sin da subito, come un piccolo gioiello architettonico dagli antichi stucchi in gesso e dalle ampie e luminose vetrate a stella, dotato di una suggestiva volta a specchio dai toni azzurro cielo, che guarda al lavoro dei due architetti del restauro del ’35. L’intervento conservativo che ha dato vita a un «teatrino a platea mobile», si propose di creare inoltre un armonico connubio tra antico e moderno, cesellato grazie all’inserimento, al centro della sala principale, di una skenè nera, ovvero di uno spazio scenico a forma di U, delimitato da tre pareti, che campeggia davanti ad un muro grigio, in cemento vivo.


A partire dall’8 marzo 2002, con la rappresentazione dello spettacolo «Nel mezzo del cammin di nostra vita» di Delia Cajelli, adattamento teatrale della «Divina Commedia» dantesca, iniziò un nuovo percorso di affermazione e qualificazione del Teatro Sociale come «teatro di produzione e di formazione»; accanto a corsi di educazione allo spettacolo per adulti e di recitazione per bambini e adolescenti, vennero ospitate numerose pièce del circuito nazionale, prime visioni cinematografiche, convegni di studi, presentazioni di libri, appuntamenti con la musica e serate mondane e culturali come quelle del BAFF – Busto Arsizio Film Festival.


Nel 2004 il Sociale divenne sede dell’associazione culturale «Educarte», nata per iniziativa di Delia Cajelli e con il sostegno di Fondazione Cariplo di Milano, volta a produrre spettacoli teatrali e curare progetti di educazione alla drammaturgia e alla prassi scenica, tra i quali «Officina della creatività – Cantiere per la formazione e per lo sviluppo della creatività artistica della persona», con i corsi «Attori in erba», «Chi è di scena? Il pubblico» e «Il metodo». In questi anni ritornò sul palcoscenico del Sociale anche la grande tradizione lirica, grazie al coinvolgimento di esperti quali il compositore Andrea Arnaboldi, il maestro Pierangelo Gelmini, il tenore Antonio Signorello, il regista Mario Riccardo Migliara e Angelo Pinciroli, prima tromba e tromba solista dell’orchestra della Fondazione «Arena di Verona».


Nel 2011 la sala bustese partecipa alla sesta edizione del censimento «I luoghi del cuore», promosso dal Fai – Fondo per l’ambiente italiano, attestandosi al 134° posto della classifica generale, risultando la sala teatrale italiana maggiormente votata ed il bene più amato della provincia di Varese.


Nel luglio 2014 vi fu un passaggio di quote societarie del teatro alla Fondazione comunitaria del Varesotto; contestualmente la sala bustese si trasforma in impresa sociale.


Dal 6 aprile 2016 il teatro è intitolato alla regista Delia Cajelli, scomparsa il 17 aprile 2015.


CELEBRAZIONI PER IL CENTOTRENTESIMO: PROGRAMMA DI SALA

Quest’anno, in occasione del 130esimo anniversario della nascita del Teatro Sociale Cajelli, si terranno tra settembre e ottobre alcuni appuntamenti volti a celebrare l’importanza del ruolo civico e culturale che il teatro di piazza Plebiscito ha svolto e continua a svolgere da oltre un secolo.


Il primo degli incontri è fissato per domenica 26 settembre 2021, data in cui sarà portata in scena «La Traviata» di Giuseppe Verdi, con la direzione artistica e musicale di Marco Beretta e per la regia di Alberto Oliva. L’opera, nata ed allestita specificatamente per l’evento del Teatro Sociale, sarà eseguita dal Coro e Orchestra dell’Opera di Busseto con 15Orchestra Sinfonica, vanterà la collaborazione dell’Associazione ADADS – Accademia Dell’Arte Dello Spettacolo, e debutterà per la prima volta assoluta in occasione del 130simo.


Domenica 3 ottobre 2021 verrà portato in scena «Il Pizzico del Diavolo», da La Fuga, di Pier Maria Rosso di San Secondo, un adattamento di Alberto Oliva e Mino Manni, di cui il primo risulta esserne anche il regista ed il secondo l’interprete, con la consulenza artistica di Andrea Bisicchia; l’adattamento del romanzo dà vita ad un monologo teatrale impostato come un magistrale flusso di coscienza del personaggio immerso in una scenografia evocativa memore dell’immaginario espressionista che permea i primi del Novecento.


Lo spettacolo che animerà il secondo appuntamento delle celebrazioni per il 130simo del Teatro Sociale con un’anteprima nazionale, è il vincitore del premio di cultura «Pier Maria Rosso di San Secondo», per il quale sarà premiato il 26 novembre 2021 a Caltanissetta, dopo aver dunque debuttato a Busto Arsizio.


L’ultima delle occasioni celebrative è invece fissata per il 24 ottobre 2021, in cui sarà allestito «L’Idiota, Il lungo addio; Crudeltà e bellezza a lume di candela», allestimento e drammaturgia a cura di Alberto Oliva e Mino Manni, a partire da L’Idiota di Fedor Dostoevskij; lo spettacolo, portato in scena a ridosso dell’anniversario dei duecento anni dalla nascita del grande romanziere avvenuta l’11 novembre del 1821, prende le mosse da un immaginario incontro tra i due protagonisti collocato dopo la fine del testo di Dostoevskij, articolandosi in una profonda riflessione ed esplorazione del grande autore russo e snocciolando la crudele riflessione sulle conseguenze della bellezza sull’animo umano, senza tuttavia celare un’infinità compassione.


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